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    A MERENDA CON ILARIA VASDEKI DI MADORI DESIGN

    ‘Madori design’ incontra ‘Legaloscegialle’: Ilaria Vasdeki e Chiara Baravalle.

    Madori studio di architettura e design.

    Durante un breve soggiorno a Roma ho avuto la possibilità di conoscere e fare due chiacchiere con Ilaria Vasdeki di Madori Design (se non la conoscete sbirciate il suo studio).

    madori design

    Tavolino da té ovale

    All’interno di un caratteristico palazzo romano dal color ocra mattone, che si affaccia sul giardino dell’Acquario Romano e a due passi dalla Basilica di Santa Maria Maggiore, ‘abita’ Madori design, uno studio di architettura e design improntato alla ricerca e alla progettazione di ambienti naturali e design ecologici, con una attenzione e la cura particolare per la famiglia, l’infanzia, la persona in generale.

    Ecco la chiacchierata che ho avuto il piacere di fare con l’architetto che ha fondato lo studio Madori Design, Ilaria Vasdeki:

    madori design

    Terza casa circolare, Roma

    Partiamo dal nome del tuo studio: “Madori”. “Madori” è un termine giapponese che significa ‘via del Ma’. Il Ma è un concetto presente in tutta la cultura giapponese e sostanzialmente vuol dire ‘vuoto’. Nella filosofia orientale, in particolare con il taoismo, il buddhismo e lo zen, il vuoto si sviluppa sotto forma di esperienza estetica. E il vuoto nell’architettura è un concetto molto importante; a livello urbano mi vengono in mente tutti quelli spazi ‘vuoti’, disabitati, di risulta e residuali che si trovano nelle nostre città. Hai delle considerazioni su questi spazi: come poterli abitare o rivivere?

    Vanno salvaguardati più che progettati. Sono una riserva per le biodiversità, dove la natura si può manifestare in modo anche selvatico. La natura prenda il sopravvento e in qualche modo si appropria di questi spazi. Questo tipo di luoghi, caratterizzati dalla natura, sono necessari per l’esperienza urbana, possono diventare luoghi per l’avventura, dove costruire una capanna, o una casa sull’albero, dove i bambini possono giocare con elementi naturali come una foresta in città.

    Questo mi ha fatto venire in mente uno scritto di Bruno Munari e i suoi giochi quando era bambino. E’ bellissimo perché racconta di come da piccolo giocasse con qualsiasi cosa: un bastoncino di bambù a cui lega una cordicella e usa come arco per lanciare frecce; un rametto di sanbuco come cerbottana; rettangolini di carta colorati e incurvati che lanciava come coriandoli, o gusci di noce che diventavano barchette …, insomma con qualsiasi cosa si trovasse tra le mani e incuriosisse la sua creatività da bambino!

    madori design, tavolo paesaggio

    Tavolo paesaggio

    A questo proposito anche tu hai progettato per Madori design alcuni giochi per bambini, che sono molto più di semplici giochi, sono oggetti di design che hai definito “relazionale”. Mi ha colpito in particolare il Tavolo paesaggio. Che cosa significa questo nel tuo lavoro?

    É un approccio che ho iniziato in questi anni, a partire dalla corrente dell’arte relazionale, che non crea oggetti ma dispositivi di relazione e di dialogo. Dopo anni passati alla ricerca nello spazio urbano, mi sono concentrata sulla scala umana, iniziando da me, dalla scala più vicina a me, dalla mia vita. Con l’idea che per poter cambiare le cose intorno a noi bisogna partire da una scala più piccola e vicina a noi.

    seconda casa circolare

    Seconda casa circolare, Roma

    Ecco, a proposito di questo c’è un altro aspetto che mi colpisce della tua architettura, tu parli spesso di Architettura come Cura, dell’architetto che si prende cura dei clienti, che progetta i suoi spazi con un’attenzione particolare puntando al benessere della persona. Anche io riflettendo sul tema dell’abitare, trovo importante poter progettare un’architettura in cui “ci si sente a casa”, ovvero accolti, sereni, a proprio agio. In quale progetto realizzato da Madori in particolare ti é capitato di mettere in pratica questa caratteristica della nostra professione?

    Nasce come modo di lavorare e si concretizza molto di recente nella mia architettura, anche se é un aspetto che già si trovava nei primissimi progetti.

    Non c’è un progetto che più di un altro rappresenti questo concetto. Possiamo dire che é stato sempre uno degli obiettivi progettuali. Vi é però una difficoltà nel riuscire a fare un lavoro in questo senso. Richiede impegno e un mettersi in discussione anche da parte del cliente stesso. Non esiste ancora come idea in questo momento culturale. Ci sono più l’immaginario e l’idea di un architetto professionista/artista che fa un progetto su cui poi mette la firma.

    madori design

    Seconda casa circolare, Roma

    L’idea invece che cerco di portare avanti è di proporre un lavoro diverso, com’è quello ad esempio di considerare l’ambiente e lo spazio che ci circonda, e quanto questo possa aiutare a migliorare la vita quotidiana: la semplicità nell’organizzare, o meglio, sostenere la vita di tutti i giorni, in vista di una migliore accoglienza. A partire dalle nostre case dove ci si possa sentire accolti, per poi trovare un sostegno per la nostra crescita. Perché tutta la vita è un processo di crescita, non solo per i più piccoli, come siamo abituati a pensare!

    Noi siamo come un giardino. Se non piantiamo i nostri semi, non cresciamo. La casa è luogo in cui ci sentiamo accolti, protetti, a nostro agio, ed è da qui che poi traiamo la forza per affrontare la vita. La separazione tra noi e l’ambiente é stata creata da noi e dalla nostra cultura.

    interno-gioco-1

    Interno gioco, Roma

    Mi piace molto questa metafora della persona come un giardino, in cui si deve seminare e coltivare ogni giorno. Questo mi fa venire in mente il Giappone e il suo amore per la natura, le piante e l’ambiente in generale. Ho visto che la tua architettura viene molto influenzata dall’estetica giapponese, una passione che abbiamo in comune! Come sei riuscita nella tua esperienza di architetto e nei tuoi progetti a coordinare il tuo amore per il Giappone e la sua cultura con la nostra visione occidentale?

    Non sono un’esperta del Giappone ma piuttosto appassionata del Giappone. La passione per la sua architettura nasce mediante l’incontro sia con l’architettura tradizionale che con quella contemporanea giapponese, tra cui oltre ai Sanaa citerei l’architetto Junia Ishigami e il suo lavoro con le piante, il verde e la natura nella sua architettura.

    L’amore per il Giappone nasce dalla sua attenzione per la sostenibilità che loro hanno da sempre nelle loro costruzioni. Le case in legno, con pannelli scorrevoli, elementi modulari ben descritta da Munari (vedi qui), che accolgono una vita anche più essenziale e semplice.

    Togliere e lasciare spazio per il movimento e l’espressione. Atterra nella nostra cultura con un lavoro di semplificazione. L’idea che semplificare non è togliere ma raggiungere la complessità con poco. Cerco di lavorare sulle necessità, sui bisogni più profondi. Lavorando sul distacco dagli oggetti, dall’accumulo di questi. Anche quando dobbiamo ristrutturare una casa, tendiamo spesso a voler saturare tutto lo spazio senza invece cercare di arredare poco per volta o di portare oggetti che ci appartengono dandogli una nuova vita.

    Costruire uno spazio di libertà più ampio. Il vuoto ci permette di essere più leggeri e ci avvia ad essere più leggeri, ci aiuta ad essere più attente al divenire.

    madori design

    Vetrina di Radice labirinto libreria per l’infanzia, Carpi

    Lasciare spazio alla relazione e alla reinvenzione. La vita non é qualcosa di preordinato, ma ci permette con la nostra narrazione quotidiana di potersi muovere e spaziare anche con la mente, di inventarci e di diventare altro.

    Un altro tema importante che vorrei condividere con te é quello della “consapevolezza”. Passando dal vuoto alla sostenibilità, mi sento di aver abbracciato un percorso che mira a un approccio interiore all’ecologia. Credo molto di più a un cambiamento personale più che tecnologico o globale. Quello che mi piacerebbe riuscire a trasmettere è la possibilità di poter tornare a noi ed essere più consapevoli di quello che facciamo. E nella mia professione, che ha a che fare con il consumo di risorse e materiali, è quindi fondamentale riuscire a progettare un ambiente che é anche sostegno della propria vita, che ci aiuta a vivere in un clima più sereno per riuscire a comprendere le connessioni che ci legano al mondo e la terra.

    Mi piace portare questa idea di consapevolezza in maniera personalizzata nelle case di ciascuno o negli spazi di lavoro. Creare degli spazi in cui possiamo ascoltarci e ascoltare.

    madori design, radice labirinto

    Radice labirinto libreria per l’infanzia, Carpi

    Molto interessante questo discorso di connessione tra noi e lo spazio che ci circonda, tra noi e l’ambiente, e quindi tra noi e le nostre case. Forse per questo l’architettura di Madori, pur essendo caratterizzata dalla presenza di pochi elementi e di semplicità, è capace di essere accogliente.

    Sì, non è il minimalismo occidentale o geometrico, iper-razionale. Ma un minimalismo esistenziale che si traduce in spazi accoglienti e naturali.

    Uno spazio in cui c’è poco, ma si possono toccare la ruvidezza del legno non rifinito, o sentire l’odore della foresta attraverso un parquet trattato naturalmente, o una pianta come elemento di vita. Spazi che si possono muovere e cambiare, non cristallizzarsi.

    Una relazione dinamica tra noi e l’ambiente.

    Grazie Madori design!

    images copyright of Madori design

  • abitare naturale,  architecture,  esempi

    SUKIYA – STANZA DEL TÈ

    Chi di voi da piccoli non ha sognato di avere una casetta sull’albero nel giardino di casa, su cui arrampicarsi, nascondersi dai grandi, giocare con gli amici, vedere il mondo da un punto di vista diverso?

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an (che significa casa del tè troppo in alto), Chino City, Nagano Prefecture via deezen

    Bene, qui ci sono degli esempi di casette che sono molto più di una semplice casa sull’albero. Queste case rampicanti progettate dall’architetto giapponese Teronobu Fujimori sono una reinterpretazione delle classiche stanze del tè giapponesi. Il sukiya, ovvero stanza del tè, è una delle più importanti espressioni artistiche giapponesi dove il vuoto con l’importanza che assume nella cultura giapponese, prende forma. Okakura Kazuko, uno scrittore giapponese dello scorso secolo, nel suo libro del tè[1] aveva dedicato un capitolo intero al sukiya, alla sua interpretazione, concezione dello spazio e prima ancora ai diversi significati ad essa collegati. I caratteri originari significano “Dimora della Fantasia”, ma anche “Dimora del Vuoto” o “Dimora dell’Asimmetrico”.

    Tetsu casa del te

    Terunobu Fujimori & Nobumichi Oshima, Teahouse Tetsu, 2006. Photo: Masuda Akihisa. 

    Questa è la mia preferita, immersa nei fiori di ciliegio, chissà che vista da quella finestra ad angolo, e chissà che bello prendere il tè lassù! Sembra incarnare le parole di Okakura:

    «É Dimora della Fantasia in quanto struttura effimera costruita per ospitare un impulso poetico. É Dimora del Vuoto in quanto priva di ornamenti, a eccezione di quel che vi può essere collocato per appagare un’esigenza estetica contingente. É Dimora dell’Asimmetrico in quanto consacrata al culto dell’Imperfetto; si lascia volutamente qualcosa di incompiuto affinché sia l’immaginazione a completarlo»[2].

    E all’interno? Come saranno arredate?

    La stanza al momento della cerimonia del tè è caratterizzata dalla presenza di un solo elemento artistico che viene scelto appositamente per l’occasione; il resto si adegua ad esso col fine di enfatizzare il tema principale. La stanza è quasi completamente vuota, ad eccezione di ciò che è portato lì temporaneamente (oh quanto vorrei una stanza-sukiya tutta mia nella mia casa dei sogni!).

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, particolare interno, finestra, via deezen

    Questa stanza è caratterizzata dalla semplicità, dall’assenza di suppellettili e dalla composizione rigorosa degli arredi, perché il vuoto viene considerato addirittura una forma di esperienza estetica. Ma per spiegare il vuoto giapponese ci vorrebbe tutto un altro post!

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, particolare interno, teiera, via deezen

    Ciò che mi fa impazzire in queste particolari stanze del tè è la scala attraverso cui le si raggiunge, che le fa diventare delle vere e proprie case del tè: una camera sollevata da terra e “sospesa” nell’aria.

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, via deezen

    Così il vuoto diventa ancora più percepibile nelle scale di Fujimori dove il percorso si sviluppa in altezza e ci si trova in bilico e sospesi.

    L’atto di salire e arrampicarsi racchiude in se tutto un mondo magico, un’aurea che da bambini ci faceva sognare di avere una soffitta o un angolo della casa tutto nostro. Nella cultura giapponese questo atto di “salire”, che caratterizzava anche l’atto di entrare in una casa tradizionale, spinge ad isolare il più possibile l’ambiente interno da quello esterno, di entrare a fatica all’interno. Tutto ciò costringe ad un atto di umiltà, a lasciar fuori i grandi pensieri che ci assillano e a ricercare il distacco con il mondo esterno per raggiungere il proprio mondo interiore.

    Non tutti si identificano in questa ricerca per l’essenzialità, c’è a chi piace avere la casa piena di suppellettili e cose magari provenienti dai vari viaggi (e anche una parte di me è così!) Quello che però mi ha sempre attratto di questa estetica del vuoto è che per arrivare all’ordine e alla semplicità bisogna sempre attraversare il caos, mettere in disordine per poi arrivare all’equilibrio. E questa ricerca è quello che ci accompagna un po’ tutta la vita.

    [1] Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del tè, (The Book of Tea) trad. a cura di Laura Gentili, Oriente Universale Economica Feltrinelli, Milano, 1997.

    [2] Ivi p.43.

    testo: estratto dalla tesi Passi in equilibrio sul roji. Un percorso nella architettura giapponese contemporanea, Chiara Baravalle.

    Relatore P. Ferrara_ Correlatore M.Pirola, Università Politecnico di Milano Facoltà di Architettura e Società, Corso di Laurea in Scienze dell’Architettura, A.A.2009-2010.

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