• architecture,  interior,  materiali naturali

    CASA DI ARGILLA IN DANIMARCA

    Una casa di argilla. L’argilla è un materiale ecologico e riciclabile al 100 %, con ottime proprietà isolanti sia termiche che acustiche. Era da un po’ che volevo parlare di questo materiale, antico come il cucù ma di cui non se ne parla molto spesso, a differenza del cemento.

    Ora finalmente ho trovato un progetto che faceva per me, e per vo: una casa di argilla!

    Si tratta di un’abitazione a Nyborg, in Danimarca, realizzata dagli architetti Leth & Gori.

    Oltre ad essere bella e accogliente è anche molto lungimirante, si tratta infatti di una casa progettata con materiali naturali, che cerca di guardare il futuro unendo sostenibilità ed estetica.

    Brick house_Leth&Gori Exposed clay blocks

    Le pareti della casa sono in blocchi di argilla, lasciando che la sua struttura respiri e abbia una vita più lunga, circa 150 anni, così da sopravvivere ad almeno 5 generazioni. Inoltre gli architetti sono partiti dal presupposto di far sì che la casa non abbia bisogno di manutenzione per 50 anni. Inoltre i mattoni in argilla sono lasciati a vista, senza l’uso dell’intonaco, sfruttando la loro qualità visiva ed estetica oltre alla capacità di isolamento termico e di risparmio energetico. Insieme all’argilla sono stati utilizzati pannelli in legno di abete e compensato per il soffitto e il pavimento.

    Brick House_ Leth&Gori_ living room

    Infine il gusto per la semplicità e l’eleganza dell’architettura danese si ritrova negli interni luminosi e ben progettati dagli architetti Leth & Gori, da notare la scrivania ricavata in una nicchia dell’ambiente soggiorno-cucina-sala da pranzo in modo da avere un piccolo angolo studio; la panca/scarpiera all’ingresso e la cucina progettata dagli stessi architetti.

    Brick House_Leth & Gori

    Quello che ha attirato la mia attenzione non é stato solo l’utilizzo di materiali naturali, il gusto per l’arredamento semplice e sobrio, o la sapiente distribuzione degli interni attuata dagli architetti danesi, ma la scelta di guardare alla tradizione locale per sfruttare alcuni dei suoi principi e riportarli in una casa a basso impatto ambientale. Discendono da questa tradizione l’utilizzo di un unico materiale per l’involucro, il tetto a falde, le ampie vetrate esposte a sud e ovest che sfruttano al massimo l’ingresso della luce solare e il legno per l’interno.

    Lo studio delle antiche case rurali ha portato alla progettazione di una abitazione che unisce tradizione e innovazione, un binomio che dovrebbe accompagnare sempre le nuove costruzioni o ristrutturazioni!

    Immagini: courtesy of Stamers Kontor.

  • architecture

    UM PASSEIO EM LISBOA

    azulejos

    “Cosa vedere a Lisboa?” mi hanno chiesto questi giorni….e così si è riaperta quella voragine piena di saudade che invade tutti quelli che ha vissuto anche solo qualche giorno nella cidade branca portoghese: Lisboa.

    Sedetevi qualche istante e partite con me…

    In questa città si viene facilmente rapiti dal suo fascino di città “decadente” e dalla luce particolare, simile a un bagliore, che illumina i palazzi di azulejos. Solo chi c’è stato può capirmi (a parte le mie amiche che sono venute a trovarmi a Novembre nell’unica settimana di pioggia dell’anno!)

    collage

    Fonti immagini in senso orario: 1, 2, 3, 45.

    E così ho iniziato a buttare giù tutti i ricordi di questa città che mi manca come se fosse una persona: i suoi giardini e le sue viste dai miradouros, punti panoramici dai quali sentire la brezza oceanica e perdersi nell’orizzonte e nelle acque del Tejo; la calçada portoghese con i suoi ciottoli bianchi che riflettono la luce del giorno; l’odore di sardinha cotta agli angoli delle strade durante la festa di Santo Antão protettore della città; i vicoli del Bairro alto popolati da bar, ristoranti e negozi o atelier di giorno, che si trasformano in locali notturni dove ballare a suon di mojito e caipirinha; il baretto di Rossio dove assaggiare la ginjinha, il liquore all’amarena più dolce del mondo; il tram giallo che attraversa tutta la città (da evitare se si ha paura delle montagne russe!)

    DSCN0676

    Ecco allora i miei posti del cuore dove non potete non andare per assaporare la sua luce!

    1. Jardim da Estrela, dove trascorrere un pic-nic o sentire musica di una band improvvisata e vedere ballerini sul palco in ferro battuto stile liberty;
    2. Miradouro di Santa Catarina, da cui godervi la vista sul Tejo gustandovi un “tosta mista” al chioschetto verde;
    3. Perdersi nei vicoletti di Alfama, partendo dalla salita che vi porta alla (la cattedrale di Lisbona) dalla chiesa di Santo Antão, fino al Miradouro de Santa Luzia…se siete stanchi aggiungete una tappa ristoratrice al Pois Cafè, per leggere un libro dagli scaffali gustandovi un tipico Caldo Verde o una tazza di tè!
    4. Saltate sull’ electrico 28 (il tram giallo che avrete sicuramente visto in “Lisbon Story“), che parte da Campo Ourique arriva a Graça attraversando tutta la città (Estrela, Pracas Camoes, la Baixa, Alfama) e scendete alla Feira da Ladra per contrattare il prezzo di una borsa vintage o un vecchio obiettivo Pentax!
    5. Entrate nel Monastero di Sao Jeronimo e perdetevi nella sua architettura in stile manuelino con elementi tardo gotico e motivi rinascimentali, ammirando le statue, i bassorilievi e i giochi di chiaroscuro nel chiostro interno. Una volta usciti ristoratevi con un paio di pasteis de Belem (o pasteis de natas) che trovate all’interno dell’omonima pasticceria caffetteria dall’ interno decorato con azulejos.
    6. Prendete un caffè di fianco a Pessoa in persona (o quasi) in uno dei tavoli esagonali del caffè “A Brasileira” che si trova in rua Garret nello storico quartiere dello Chiado (da notare anche la sua ristrutturazione da parte dell’architetto portoghese Alvaro Siza a seguito di un rovinoso incendio del 1988, se siete interessati approfondite qui).
    7. Se siete stanchi di camminare riposatevi sotto l’ombra dell’albero cedro-do-buçaco a Principe Real o davanti alla fontana di Pracas das Flores, entrambi due luoghi magici dove trascorrere un po’ di tempo facendosi contagiare dalla calma portoghese!
    8. Ammirate un tramonto dal Castelo de São Jorge e una volta finito vedete uno spettacolo allo Chapitò, una scuola da circo da cui potrete anche godervi una vista particolarmente emozionante su Lisbona e il Tejo.
    9. Andate alla scoperta di negozi di artigianato, studi di design, ristorantini trendy-chic, in una vera e propria “ilha criativa” (isola creativa) all’interno di una ex-area industriale, Lx factory.
    10. Se vi piace l’architettura e siete anche voi nel vortice “expo Milano 2015”, perdetevi tra i padiglioni dell’expo avvenuta nel 1998 a Lisbona, uno splendido esempio anche di riuso dopo expo…ovviamente il mio preferito è il padiglione portoghese di Alvaro Siza!
    11. Salite sull’elevador de Santa Justa per vedere la Baixa e lo Chiado, i due quartieri centrali di Lisbona.
    12. Ammirate il cielo dall’interno di una chiesa, ovvero le rovine dell’Igreja do Carmo, un convento carmelitano distrutto nel terremoto del 1755; e l’Igreja de São Domingos, parzialmente resistita al terremoto del 1755 e all’incendio del 1959 di cui rimane traccia nelle colonne crepate e le pareti annerite.
    13. Andrei avanti all’infinito ma concludo con una raccomandazione importante: mentre passeggiate e camminate CONTEMPLATE le pareti dei palazzi, dei negozi dei bar, perché ovunque troverete gli azulejos (“pietre lucidate”), splendide piastrelle di ceramica decorate, tipico ornamento dell’architettura spagnola e portoghese che arricchisce questa città.

    Ora che sapete dove potreste trovarmi se vivessi ancora in questa città, fateci un salto anche voi, chi con l’aereo chi con la fantasia!

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    Jardim Botto Machado, Campo de Santa Clara via O que diz Lisboa

     

    N.B: l’immagine delle galosce gialle su un muretto di Lisbona mi è stata postata da un’amica come regalo di compleanno…commossa!

    P.S: so che mi ero fermata a 13 ma aggiungerei il punto 14, Casa dos Bicos “casa dei becchi” in portoghese, per la forma della facciata.

  • photography

    WIM WENDERS A VILLA PANZA

    L’ho conosciuto la prima volta guardando “Lisbon Story” e così mi sono innamorata di lui: Wim Wenders.

    Wim Wenders America

    Wim Wenders, America, Four Corners, in California, 1986

    Certo era facile che mi avesse conquistato con il film che aveva come soggetto “a cidade branca” in cui ho vissuto; che con la sua luce, i suoi odori, i suoi colori aveva catturato ogni mio interesse. Ma dopo è stata la volta di “Tokio-ga”: sono riuscita a vederlo tutto di fila senza addormentarmi (e chi mi conosce, sa che non è facile per me) nonostante i dialoghi in giapponese; e poi ancora “Il cielo sopra Berlino” quasi interamente girato in bianco e nero, in cui racconta la storia attraverso gli occhi di un angelo. E così via, uno dopo l’altro i suoi film (e devo ancora vederne molti) mi hanno catturato. Non potevo proprio perdermi la mostra che in questi giorni si sta svolgendo in una villa del Fai nei pressi di Varese, Villa Panza.

    Wim Wenders Butte

    W.Wenders, Blue Range, Butte, Montana, 2000

    “Quando tutto è stato lasciato, abbandonato, Butte è diventata la città fantasma più grande del pianeta.”

    Non sono un’esperta di fotografia e cinema, ma l’amore di Wim Wenders per l’architettura insieme a quello per il paesaggio hanno fatto sì che io mi interessasi di questo regista. Il modo in cui utilizza la luce, la scelta dei soggetti, la predilezione per i luoghi abbandonati, sono solo alcune delle tematiche a cui lo spettatore si trova di fronte.

    Wim Wenders Lounge Painting

    W.Wenders, Lounge painting #2, Gila Bend, Arizona

    Grandi insegne, cartelli stradali nel mezzo di paesaggi deserti, edifici abbandonati, poltrone colorate che parlano tra loro, una vecchia libreria di libri usati…ancora una volta le sue inquadrature hanno la raffinata capacità di raccontare di un luogo, di uno spazio, di un paesaggio, e saperti far intravedere e immaginare la loro storia.

    “La macchina fotografica rende possibile l’arrivare in un luogo”

    Questo mi piace di Wim Wenders: attraverso la sua fotografia riesce a far rivivere un luogo che altrimenti rimarrebbe dimenticato. Mi ha fatto riflettere sui tanti luoghi abbandonati o dimenticati del nostro Bel Paese: vuoti urbani, paesini e borghi arroccati, paesaggi che solo l’Italia può offrire e che agli architetti di oggi spetta mantenere e tutelare. Con la macchina fotografica si può far sì che un luogo non venga dimenticato, ma all’Architettura spetta il compito di farli rivivere.

    all images courtesy of Wim Wenders via: official site

  • a merenda con,  design

    A MERENDA CON BRUNO MUNARI

    Ma chi è Bruno Munari?

    Ci sono tantissime persone che avrei voluto conoscere di più e da cui avrei voluto imparare anche solo una piccola parte del loro grande sapere. A partire dai nonni, come la mia nonna paterna che sapeva cucire a macchina, lavorare ai ferri, cucinare pranzetti torinesi da leccarsi i baffi (mi ricorderò per sempre i suoi agnolotti!) e sapeva sempre come smacchiare qualsiasi tipo di macchia (per fortuna mi è rimasto il suo foglietto di istruzioni per i lavaggi). Eppure o eravamo troppo piccoli o in quel momento poco interessati, o semplicemente non esistevamo ancora, e così non abbiamo potuto ereditare gran parte del loro sapere. Così da questa voglia di conoscere persone del passato o incontrare persone del presente, da cui mi piacerebbe poter imparare qualcosa, nasce questa nuova rubrica ‘A merenda’.

    A merenda con Bruno Munari

    Il primo articolo con cui inauguro la nuova rubrica ‘A merenda’ è dedicato a un designer e artista italiano che non finisce mai di stupire e scoprire…si chiama Bruno Munari! E’ una persona speciale che mi sarebbe molto piaciuto incontrare e conoscere. Di Bruno Munari mi stupisce sempre la grande curiosità e la creatività con cui osserva il mondo che ci circonda. I suoi progetti nascono dall’attenzione e la cura per i particolari e per le cose semplici, o meglio per la sua arte di “semplificare”[1]. Mi piace e mi sorprende ogni volta quando studio i suoi progetti. Attraverso i suoi occhi riesci a vedere le cose in un modo in cui non avevi mai pensato di guardare, eppure ogni volta così semplice che ti fa dire: “Come ho fatto a non pensarci prima?”

    46 Munari occhiali paraluceMunariAbitacolo

    fonte immagini 1, 2, 3

    Bruno Munari ha progettato a tutte le scale, lampade di maglia, strutture espositive, libri di tutti i tipi tattili, prelibri o ‘illeggibili’ (e andate a scoprire perché si chiamano così!), un “supplemento al dizionario di italiano”, sedie, uno spazio-gioco per bambini chiamato l’Abitacolo, giochi in scatola e di ogni genere come “ABC con fantasia” “Carte da gioco” , “Più e meno”, perfino occhiali paraluce (vedi foto)… Mi ricordo quando in biblioteca di architettura ho letto il suo libretto Good design, in cui un’arancia veniva descritta come se fosse un prodotto di design oppure il libro Macchine di Munari con le sue macchine inventate: ‘il motore a lucertola per tartarughe stanche’ o ‘agitatori di coda per cani pigri’ (solo i nomi fanno ridere, dovete vedere le illustrazioni). Ogni libro o progetto di sono qualcosa di speciale che ti fa guardare la realtà attraverso le sue lenti da designer pieno di ironia.

    le macchine di munari

    Le macchine di Munari – 1942 (Fonte)

    Quello che più colpisce è che ogni progetto di Bruno Munari è unico e originale perché per ognuno si chiedeva “Esiste già qualcosa di simile? Come sono fatte? Come potrebbero essere meglio? Che cosa aggiunge di nuovo il mio progetto?”

    Certo se tutti i progettisti si facessero queste domande avremmo sicuramente un mondo più Semplice Bello e Divertente!

    Ma si nasce così? Beh sicuramente nessuno di noi può essere Bruno Munari, ognuno ha la sua storia, il suo proprio carattere, il suo vissuto quotidiano ma ognuno di noi può essere creativo, perché la creatività va semplicemente ricercata stimolata e allenata.

    Ci ha lasciato una bellissima metodologia progettuale che ho riassunto in questa Graphic Sheet, e che possiamo usare ogni volta che vogliamo progettare.

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    Sono tanti i progetti di Munari da raccontare. Con questo post spero di avervi fatto intravedere la sua personalità, stimolato la vostra curiosità per lasciare a voi il compito di andar in libreria a conoscere i suoi libri o frugare in rete le immagini dei suoi progetti per conoscere i suoi lavori e una persona davvero speciale! E soprattutto di avervi lasciato con la voglia di PROGETTARE anche voi qualcosa, qualsiasi cosa, riappropriandoci così della nostra creatività!

    Buon weekend creativo!

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    E infine per conoscere di più Bruno Munari potete sbirciare qui.

    [1] “Complicare è facile, semplificare è difficile” Bruno Munari

  • abitare naturale,  architecture,  outdoor

    ANGOLI VERDI DA PARIGI A MILANO

    Sono stata qualche giorno a Parigi e rientrata a Milano sono stata accolta da un anticipo di Primavera: giornate di sole e cielo azzurrissimo, pensavo quasi di essere atterrata in un’altra città! Quest’aria fresca e il breve soggiorno a Parigi mi ha fatto venire voglia di raccogliere immagini di piccoli angoli verdi che con semplici oggetti e tocchi di colore diventano un piacevole luogo dove godere di un po’ di sole invernale o “primaverile” (quasi)!

    Le fotografie di Carin Olsson sono proprio quello che cercavo per poter rendere il mood di come si vive lo spazio pubblico a Paris!

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    Parigi, infatti, è piena di boulevards verdi, archi porticati, grandi e piccole piazze, giardini e parchi ad ogni angolo (il mio preferito è il Jardin des Plantes pieno di fiori e piante di tutti i tipi). L’arredo urbano poi è davvero geniale, non ci sono che delle semplici panchine (semplici ma esteticamente molto belle e anche comode!), filari di alberi e fontane che si riempiono di barchette colorate, diventano dei luoghi di ritrovo per parigini e turisti di tutte l’età, studenti, lavoratori, mamme e bambini, adolescenti e pensionati.

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    Certo, Parigi vanta un’architettura di edifici secenteschi come quelli di Place des Vosges, case Haussmaniane e piazze rinascimentali, ma anche Milano ha delle antichissime piazze e gallerie, cortili interni, navigli e parchi “alla francese” come i giardini pubblici di Porta Venezia, o parchi ottocenteschi come quelli del Castello. Eppure quanto sarebbe più bella la città se i suoi spazi all’aperto fossero vissuti in maniera diversa? E non ditemi che fa freddo, perché Parigi è molto, molto più fredda!

    E allora riempitevi di fantasia, e andate a fare un bel pic-nic al parco, apparecchiate le panchine di legno o portatevi una tovaglia colorata, e andate a prendere un po’ di pallido sole invernale quasi primaverile in quei piccoli angoli verdi tra Parigi e Milano, perché fa bene all’umore e anche alla città avere dei cittadini che la vivono e la rendono più allegra. Buon Carnevale!

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    foto 1, 2, 3, 4 di Carin Olsson via flickr

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  • architecture,  photography

    PUNTINI ROSSI E GIALLI: EDWARD BURTYNSKY

    C’è della poesia nelle fotografie di Edward Burtynsky: puntini rossi e gialli si muovono sotto il sole in uno scenario sbiancato, uomini col berretto da cantiere e gru al lavoro non sono che piccoli puntini colorati rispetto all’immensità della cava.

    Le pareti di marmo ‘scavate’ dall’uomo diventano delle architetture disabitate, degli spazi in cui un tempo c’era il materiale utilizzato per scolpire statue e colonne.

    Un paesaggio modificato dalle mani degli uomini, ‘trasfigurato’ come lo definisce Burtynsky (transfigured landscape), e che dopo essere stato usato il più possibile viene spesso abbandonato, diventando spazio di risulta, un vuoto da colmare.

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    Carrara Marble Quarries # 24 & 25Carrara, Italy, 1993 by Edward Burtynsky


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    China Quarries #3 Xiamen, Fujian Province, China, 2004 by Edward Burtynsky


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    Iberia Quarries #8 Cochicho Co., Pardais, Portugal, 2006 by Edward Burtynsky

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    Iberia Quarries #3 Cochicho Co., Pardais, Portugal, 2006 by Edward Burtynsky


    Le sue fotografie non sono solo estetica e poesia, ma una riflessione/denuncia sul nuovo ruolo dell’uomo e dell’industria. Il lavoro delle cave fa parte infatti di una più ampia ricerca critica del fotografo su tutti quei paesaggi “trasfigurati” dall’uomo. Così trivellatrici (progetto OIL), discariche (progetto URBAN MINES), relitti di navi arrugginiti dal mare (progetto SHIPBREAKING) sono l’oggetto delle sue ricerche fotografiche.

    Vi consiglio di perdervi nel suo sito qui.

    Images courtesy of Edward Burtynsky.

  • abitare naturale,  architecture,  esempi

    SUKIYA – STANZA DEL TÈ

    Chi di voi da piccoli non ha sognato di avere una casetta sull’albero nel giardino di casa, su cui arrampicarsi, nascondersi dai grandi, giocare con gli amici, vedere il mondo da un punto di vista diverso?

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an (che significa casa del tè troppo in alto), Chino City, Nagano Prefecture via deezen

    Bene, qui ci sono degli esempi di casette che sono molto più di una semplice casa sull’albero. Queste case rampicanti progettate dall’architetto giapponese Teronobu Fujimori sono una reinterpretazione delle classiche stanze del tè giapponesi. Il sukiya, ovvero stanza del tè, è una delle più importanti espressioni artistiche giapponesi dove il vuoto con l’importanza che assume nella cultura giapponese, prende forma. Okakura Kazuko, uno scrittore giapponese dello scorso secolo, nel suo libro del tè[1] aveva dedicato un capitolo intero al sukiya, alla sua interpretazione, concezione dello spazio e prima ancora ai diversi significati ad essa collegati. I caratteri originari significano “Dimora della Fantasia”, ma anche “Dimora del Vuoto” o “Dimora dell’Asimmetrico”.

    Tetsu casa del te

    Terunobu Fujimori & Nobumichi Oshima, Teahouse Tetsu, 2006. Photo: Masuda Akihisa. 

    Questa è la mia preferita, immersa nei fiori di ciliegio, chissà che vista da quella finestra ad angolo, e chissà che bello prendere il tè lassù! Sembra incarnare le parole di Okakura:

    «É Dimora della Fantasia in quanto struttura effimera costruita per ospitare un impulso poetico. É Dimora del Vuoto in quanto priva di ornamenti, a eccezione di quel che vi può essere collocato per appagare un’esigenza estetica contingente. É Dimora dell’Asimmetrico in quanto consacrata al culto dell’Imperfetto; si lascia volutamente qualcosa di incompiuto affinché sia l’immaginazione a completarlo»[2].

    E all’interno? Come saranno arredate?

    La stanza al momento della cerimonia del tè è caratterizzata dalla presenza di un solo elemento artistico che viene scelto appositamente per l’occasione; il resto si adegua ad esso col fine di enfatizzare il tema principale. La stanza è quasi completamente vuota, ad eccezione di ciò che è portato lì temporaneamente (oh quanto vorrei una stanza-sukiya tutta mia nella mia casa dei sogni!).

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, particolare interno, finestra, via deezen

    Questa stanza è caratterizzata dalla semplicità, dall’assenza di suppellettili e dalla composizione rigorosa degli arredi, perché il vuoto viene considerato addirittura una forma di esperienza estetica. Ma per spiegare il vuoto giapponese ci vorrebbe tutto un altro post!

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, particolare interno, teiera, via deezen

    Ciò che mi fa impazzire in queste particolari stanze del tè è la scala attraverso cui le si raggiunge, che le fa diventare delle vere e proprie case del tè: una camera sollevata da terra e “sospesa” nell’aria.

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, via deezen

    Così il vuoto diventa ancora più percepibile nelle scale di Fujimori dove il percorso si sviluppa in altezza e ci si trova in bilico e sospesi.

    L’atto di salire e arrampicarsi racchiude in se tutto un mondo magico, un’aurea che da bambini ci faceva sognare di avere una soffitta o un angolo della casa tutto nostro. Nella cultura giapponese questo atto di “salire”, che caratterizzava anche l’atto di entrare in una casa tradizionale, spinge ad isolare il più possibile l’ambiente interno da quello esterno, di entrare a fatica all’interno. Tutto ciò costringe ad un atto di umiltà, a lasciar fuori i grandi pensieri che ci assillano e a ricercare il distacco con il mondo esterno per raggiungere il proprio mondo interiore.

    Non tutti si identificano in questa ricerca per l’essenzialità, c’è a chi piace avere la casa piena di suppellettili e cose magari provenienti dai vari viaggi (e anche una parte di me è così!) Quello che però mi ha sempre attratto di questa estetica del vuoto è che per arrivare all’ordine e alla semplicità bisogna sempre attraversare il caos, mettere in disordine per poi arrivare all’equilibrio. E questa ricerca è quello che ci accompagna un po’ tutta la vita.

    [1] Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del tè, (The Book of Tea) trad. a cura di Laura Gentili, Oriente Universale Economica Feltrinelli, Milano, 1997.

    [2] Ivi p.43.

    testo: estratto dalla tesi Passi in equilibrio sul roji. Un percorso nella architettura giapponese contemporanea, Chiara Baravalle.

    Relatore P. Ferrara_ Correlatore M.Pirola, Università Politecnico di Milano Facoltà di Architettura e Società, Corso di Laurea in Scienze dell’Architettura, A.A.2009-2010.

  • architecture

    VORREI

    Legaloscegialle, che titolo strano, eppure è così importante dare un nome alle cose. Ho scritto un articolo-storia per spiegare cosa mi abbia ispirato nel chiamare questo blog Legaloscegialle. Ora ho pensato di scrivere di cosa possa parlare questo blog, di capire a chi potrebbe essere indirizzato, quali saranno i suoi contenuti, quello che mi guiderà nello scegliere di cosa parlare.

    Avevo iniziato a scrivere un manifesto a punti, come il Manifesto del futurismo, ma poi sono andata a leggerlo e non mi è piaciuto per niente, tutto inno alla lotta, alla guerra, al disprezzo della donna (bah non me ne ero mai accorta, quando pensavo a futurismo pensavo solo al mito per il progresso e alla velocità).

    Così scriverò un riassunto che farà un po’ da filo rosso (o giallo!) a questo blog, e non lo chiamerò manifesto ma VORREI:

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    una casa in Norvegia, quando l’architettura incontra la natura, foto di chiara baravalle

    Vorrei che l’Architettura fosse sempre naturale e sostenibile, non come quella sostenibilità che ci propugnano da qualche anno, tutta fatta di pannelli fotovoltaici o prodotti bio, che costruisce una scatola di vetro con l’aria condizionata al suo interno per creare una situazione di comfort, ma quella architettura sostenibile che fa parte del nostro mondo da sempre, che faceva dire a un famoso antico greco “Solo i primitivi e i barbari non conoscono le tecniche per orientare gli edifici in modo da catturare il sole d’inverno.” (Eschilo – V sec. a.C.)[1]

    Vorrei che si partisse ricostruendo e sistemando da quello che si ha a disposizione prima di costruire il nuovo.

    Vorrei che tutti gli spazi vuoti fossero sistemati con cura (Che bello sarebbe il mondo se ognuno si prendesse cura dello spazio a lui affidato privato e/o comune!).

    Vorrei che nell’arredare le nostre case ci si ispirasse un po’ di più all’arte dell’ikebana[2].

    Vorrei che non costruissimo più! Ripartiamo da quello che abbiamo, dalla nostra storia, dal nostro “intangible cultural heritage” (ICH)[3] e dal nostro patrimonio nascosto o abbandonato.

    Vorrei che avessimo un po’ più cura per i particolari e i dettagli.

    Vorrei che ognuno di noi riscoprisse la propria creatività e capacità costruttiva (per chi vuole può iniziare magari leggendo “Autoprogettazione?” di Enzo Mari).

    Vorrei che nel fare architettura o design seguissimo il consiglio di Enzo Mari “usate la concretezza”, “siate umani e progettate per il mondo”[4].

    Vorrei che nel mondo ci fosse un po’ più di ordine (a partire da casa mia, sono una disordinata cronica!)

    Vorrei che iniziassimo tutti a vivere con semplicità, anzi a “semplificare”[5].

     

     

     

    [1] Citato in questo articolo di architettura ecosostenibile di cui vi consiglio la lettura
    [2] Arte giapponese del comporre con i fiori
    [3] Patrimonio culturale intangibile, definito dall’Unesco qui
    [4] intervista a Enzo Mari
    [5] Bruno Munari, Da cosa nasce cosa, Editori Laterza, 2009, pag. 132

     

     

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    quando infilarsi un paio di galosce

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    Fin da piccola il mio umore è stato molto influenzabile dal tempo. Sono nata nella calda e solare città degli acquedotti, delle cupole e dei vicoli con i cubetti di basalto, passeggiavo tranquilla per i grandi giardini e i sette colli quando un giorno mio papà decise di spostare tutta la famiglia nella città che aveva una grande chiesa con le guglie ed un castello. Il giorno della partenza sia io che il mio fratellino eravamo molto tristi, così tristi perché sapevamo che non avremmo più potuto giocare nel parco dietro casa insieme ai nostri amici, camminare per le strade giocando a nascondino dietro ai vicoletti, o saltare giocando “a campana” nel cortile sotto casa. Nello stesso tempo eravamo molto ansiosi di conoscere la nuova città dove insieme ai nostri genitori avremmo trascorso le giornate avvenire. Sopratutto io ero molto eccitata perché la mia curiosità era stata sollecitata da un piccolo regalo. Non capivo il perché la mia zia preferita mi avesse regalato proprio un paio di galosce; è vero erano di un bel colore ma non il mio preferito. E così dopo qualche giorno scoprii che un paio di galosce gialle è proprio quello che ci vuole per poter affrontare una giornata di pioggia nella grigia città di Milano, che poi tanto grigia non lo è se la si attraversa con un paio di galosce gialle ai piedi e tanta voglia di conoscere e scoprire i suoi palazzi, le sue vie, la sua storia. Questo è quello che cerco sempre di portarmi dietro quando affronto un nuovo viaggio, quando vado a visitare una città mai vista, quando mi perdo per una mostra, quando scopro un nuovo gioco…e questo è quello che vorrei regalare a tutti coloro che hanno voglia di indossare un paio di galosce gialle!

    foto: GAP via marieclaire

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