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    MILANO MIRADOUROS | LUOGHI DOVE POTER SOSTARE

    milano miradouros

    “Milano Miradouros”

    Qualche tempo fa avevo partecipato ad un concorso in cui si chiedeva:

    “Cosa manca alla tua città?”

    MIRADOUROS

    Se traduciamo questa parola si perde un po’ del suo significato, perchè i Miradouros non sono solo dei punti panoramici!

    Sono luoghi dove poter SOSTARE, piccoli angoli sopraelevati da cui poter SBIRCIARE la città e i suoi abitanti, spazi verdi in cui poter RIPOSARE lontano dal traffico cittadino, tetti su cui poter SUONARE, piazze con piccole chiese da AMMIRARE, giardini dove poter OZIARE.

    Se penso a Lisbona non posso non pensare a queste parti della città, dove i suoi punti panoramici non sono bar di lusso o alla moda su cui SALIRE, ma spazi in cui la città si allarga, prende vita e si ABITA.

    Ecco, se dovessi ripensare Milano, ripartirei da qui. Progettando dei MIRADOUROS di libero accesso in cui poter ABITARE, in cui poter SOSTARE fin quando si ha tempo!

    (perchè si sa che Milano va sempre più veloce)

    collage: chiara baravalle – legaloscegialle

     

  • madori design
    a merenda con,  abitare naturale,  architecture,  design,  piccole galosce

    A MERENDA CON ILARIA VASDEKI DI MADORI DESIGN

    ‘Madori design’ incontra ‘Legaloscegialle’: Ilaria Vasdeki e Chiara Baravalle.

    Madori studio di architettura e design.

    Durante un breve soggiorno a Roma ho avuto la possibilità di conoscere e fare due chiacchiere con Ilaria Vasdeki di Madori Design (se non la conoscete sbirciate il suo studio).

    madori design

    Tavolino da té ovale

    All’interno di un caratteristico palazzo romano dal color ocra mattone, che si affaccia sul giardino dell’Acquario Romano e a due passi dalla Basilica di Santa Maria Maggiore, ‘abita’ Madori design, uno studio di architettura e design improntato alla ricerca e alla progettazione di ambienti naturali e design ecologici, con una attenzione e la cura particolare per la famiglia, l’infanzia, la persona in generale.

    Ecco la chiacchierata che ho avuto il piacere di fare con l’architetto che ha fondato lo studio Madori Design, Ilaria Vasdeki:

    madori design

    Terza casa circolare, Roma

    Partiamo dal nome del tuo studio: “Madori”. “Madori” è un termine giapponese che significa ‘via del Ma’. Il Ma è un concetto presente in tutta la cultura giapponese e sostanzialmente vuol dire ‘vuoto’. Nella filosofia orientale, in particolare con il taoismo, il buddhismo e lo zen, il vuoto si sviluppa sotto forma di esperienza estetica. E il vuoto nell’architettura è un concetto molto importante; a livello urbano mi vengono in mente tutti quelli spazi ‘vuoti’, disabitati, di risulta e residuali che si trovano nelle nostre città. Hai delle considerazioni su questi spazi: come poterli abitare o rivivere?

    Vanno salvaguardati più che progettati. Sono una riserva per le biodiversità, dove la natura si può manifestare in modo anche selvatico. La natura prenda il sopravvento e in qualche modo si appropria di questi spazi. Questo tipo di luoghi, caratterizzati dalla natura, sono necessari per l’esperienza urbana, possono diventare luoghi per l’avventura, dove costruire una capanna, o una casa sull’albero, dove i bambini possono giocare con elementi naturali come una foresta in città.

    Questo mi ha fatto venire in mente uno scritto di Bruno Munari e i suoi giochi quando era bambino. E’ bellissimo perché racconta di come da piccolo giocasse con qualsiasi cosa: un bastoncino di bambù a cui lega una cordicella e usa come arco per lanciare frecce; un rametto di sanbuco come cerbottana; rettangolini di carta colorati e incurvati che lanciava come coriandoli, o gusci di noce che diventavano barchette …, insomma con qualsiasi cosa si trovasse tra le mani e incuriosisse la sua creatività da bambino!

    madori design, tavolo paesaggio

    Tavolo paesaggio

    A questo proposito anche tu hai progettato per Madori design alcuni giochi per bambini, che sono molto più di semplici giochi, sono oggetti di design che hai definito “relazionale”. Mi ha colpito in particolare il Tavolo paesaggio. Che cosa significa questo nel tuo lavoro?

    É un approccio che ho iniziato in questi anni, a partire dalla corrente dell’arte relazionale, che non crea oggetti ma dispositivi di relazione e di dialogo. Dopo anni passati alla ricerca nello spazio urbano, mi sono concentrata sulla scala umana, iniziando da me, dalla scala più vicina a me, dalla mia vita. Con l’idea che per poter cambiare le cose intorno a noi bisogna partire da una scala più piccola e vicina a noi.

    seconda casa circolare

    Seconda casa circolare, Roma

    Ecco, a proposito di questo c’è un altro aspetto che mi colpisce della tua architettura, tu parli spesso di Architettura come Cura, dell’architetto che si prende cura dei clienti, che progetta i suoi spazi con un’attenzione particolare puntando al benessere della persona. Anche io riflettendo sul tema dell’abitare, trovo importante poter progettare un’architettura in cui “ci si sente a casa”, ovvero accolti, sereni, a proprio agio. In quale progetto realizzato da Madori in particolare ti é capitato di mettere in pratica questa caratteristica della nostra professione?

    Nasce come modo di lavorare e si concretizza molto di recente nella mia architettura, anche se é un aspetto che già si trovava nei primissimi progetti.

    Non c’è un progetto che più di un altro rappresenti questo concetto. Possiamo dire che é stato sempre uno degli obiettivi progettuali. Vi é però una difficoltà nel riuscire a fare un lavoro in questo senso. Richiede impegno e un mettersi in discussione anche da parte del cliente stesso. Non esiste ancora come idea in questo momento culturale. Ci sono più l’immaginario e l’idea di un architetto professionista/artista che fa un progetto su cui poi mette la firma.

    madori design

    Seconda casa circolare, Roma

    L’idea invece che cerco di portare avanti è di proporre un lavoro diverso, com’è quello ad esempio di considerare l’ambiente e lo spazio che ci circonda, e quanto questo possa aiutare a migliorare la vita quotidiana: la semplicità nell’organizzare, o meglio, sostenere la vita di tutti i giorni, in vista di una migliore accoglienza. A partire dalle nostre case dove ci si possa sentire accolti, per poi trovare un sostegno per la nostra crescita. Perché tutta la vita è un processo di crescita, non solo per i più piccoli, come siamo abituati a pensare!

    Noi siamo come un giardino. Se non piantiamo i nostri semi, non cresciamo. La casa è luogo in cui ci sentiamo accolti, protetti, a nostro agio, ed è da qui che poi traiamo la forza per affrontare la vita. La separazione tra noi e l’ambiente é stata creata da noi e dalla nostra cultura.

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    Interno gioco, Roma

    Mi piace molto questa metafora della persona come un giardino, in cui si deve seminare e coltivare ogni giorno. Questo mi fa venire in mente il Giappone e il suo amore per la natura, le piante e l’ambiente in generale. Ho visto che la tua architettura viene molto influenzata dall’estetica giapponese, una passione che abbiamo in comune! Come sei riuscita nella tua esperienza di architetto e nei tuoi progetti a coordinare il tuo amore per il Giappone e la sua cultura con la nostra visione occidentale?

    Non sono un’esperta del Giappone ma piuttosto appassionata del Giappone. La passione per la sua architettura nasce mediante l’incontro sia con l’architettura tradizionale che con quella contemporanea giapponese, tra cui oltre ai Sanaa citerei l’architetto Junia Ishigami e il suo lavoro con le piante, il verde e la natura nella sua architettura.

    L’amore per il Giappone nasce dalla sua attenzione per la sostenibilità che loro hanno da sempre nelle loro costruzioni. Le case in legno, con pannelli scorrevoli, elementi modulari ben descritta da Munari (vedi qui), che accolgono una vita anche più essenziale e semplice.

    Togliere e lasciare spazio per il movimento e l’espressione. Atterra nella nostra cultura con un lavoro di semplificazione. L’idea che semplificare non è togliere ma raggiungere la complessità con poco. Cerco di lavorare sulle necessità, sui bisogni più profondi. Lavorando sul distacco dagli oggetti, dall’accumulo di questi. Anche quando dobbiamo ristrutturare una casa, tendiamo spesso a voler saturare tutto lo spazio senza invece cercare di arredare poco per volta o di portare oggetti che ci appartengono dandogli una nuova vita.

    Costruire uno spazio di libertà più ampio. Il vuoto ci permette di essere più leggeri e ci avvia ad essere più leggeri, ci aiuta ad essere più attente al divenire.

    madori design

    Vetrina di Radice labirinto libreria per l’infanzia, Carpi

    Lasciare spazio alla relazione e alla reinvenzione. La vita non é qualcosa di preordinato, ma ci permette con la nostra narrazione quotidiana di potersi muovere e spaziare anche con la mente, di inventarci e di diventare altro.

    Un altro tema importante che vorrei condividere con te é quello della “consapevolezza”. Passando dal vuoto alla sostenibilità, mi sento di aver abbracciato un percorso che mira a un approccio interiore all’ecologia. Credo molto di più a un cambiamento personale più che tecnologico o globale. Quello che mi piacerebbe riuscire a trasmettere è la possibilità di poter tornare a noi ed essere più consapevoli di quello che facciamo. E nella mia professione, che ha a che fare con il consumo di risorse e materiali, è quindi fondamentale riuscire a progettare un ambiente che é anche sostegno della propria vita, che ci aiuta a vivere in un clima più sereno per riuscire a comprendere le connessioni che ci legano al mondo e la terra.

    Mi piace portare questa idea di consapevolezza in maniera personalizzata nelle case di ciascuno o negli spazi di lavoro. Creare degli spazi in cui possiamo ascoltarci e ascoltare.

    madori design, radice labirinto

    Radice labirinto libreria per l’infanzia, Carpi

    Molto interessante questo discorso di connessione tra noi e lo spazio che ci circonda, tra noi e l’ambiente, e quindi tra noi e le nostre case. Forse per questo l’architettura di Madori, pur essendo caratterizzata dalla presenza di pochi elementi e di semplicità, è capace di essere accogliente.

    Sì, non è il minimalismo occidentale o geometrico, iper-razionale. Ma un minimalismo esistenziale che si traduce in spazi accoglienti e naturali.

    Uno spazio in cui c’è poco, ma si possono toccare la ruvidezza del legno non rifinito, o sentire l’odore della foresta attraverso un parquet trattato naturalmente, o una pianta come elemento di vita. Spazi che si possono muovere e cambiare, non cristallizzarsi.

    Una relazione dinamica tra noi e l’ambiente.

    Grazie Madori design!

    images copyright of Madori design

  • architecture,  interior,  materiali naturali

    CASA DI ARGILLA IN DANIMARCA

    Una casa di argilla. L’argilla è un materiale ecologico e riciclabile al 100 %, con ottime proprietà isolanti sia termiche che acustiche. Era da un po’ che volevo parlare di questo materiale, antico come il cucù ma di cui non se ne parla molto spesso, a differenza del cemento.

    Ora finalmente ho trovato un progetto che faceva per me, e per vo: una casa di argilla!

    Si tratta di un’abitazione a Nyborg, in Danimarca, realizzata dagli architetti Leth & Gori.

    Oltre ad essere bella e accogliente è anche molto lungimirante, si tratta infatti di una casa progettata con materiali naturali, che cerca di guardare il futuro unendo sostenibilità ed estetica.

    Brick house_Leth&Gori Exposed clay blocks

    Le pareti della casa sono in blocchi di argilla, lasciando che la sua struttura respiri e abbia una vita più lunga, circa 150 anni, così da sopravvivere ad almeno 5 generazioni. Inoltre gli architetti sono partiti dal presupposto di far sì che la casa non abbia bisogno di manutenzione per 50 anni. Inoltre i mattoni in argilla sono lasciati a vista, senza l’uso dell’intonaco, sfruttando la loro qualità visiva ed estetica oltre alla capacità di isolamento termico e di risparmio energetico. Insieme all’argilla sono stati utilizzati pannelli in legno di abete e compensato per il soffitto e il pavimento.

    Brick House_ Leth&Gori_ living room

    Infine il gusto per la semplicità e l’eleganza dell’architettura danese si ritrova negli interni luminosi e ben progettati dagli architetti Leth & Gori, da notare la scrivania ricavata in una nicchia dell’ambiente soggiorno-cucina-sala da pranzo in modo da avere un piccolo angolo studio; la panca/scarpiera all’ingresso e la cucina progettata dagli stessi architetti.

    Brick House_Leth & Gori

    Quello che ha attirato la mia attenzione non é stato solo l’utilizzo di materiali naturali, il gusto per l’arredamento semplice e sobrio, o la sapiente distribuzione degli interni attuata dagli architetti danesi, ma la scelta di guardare alla tradizione locale per sfruttare alcuni dei suoi principi e riportarli in una casa a basso impatto ambientale. Discendono da questa tradizione l’utilizzo di un unico materiale per l’involucro, il tetto a falde, le ampie vetrate esposte a sud e ovest che sfruttano al massimo l’ingresso della luce solare e il legno per l’interno.

    Lo studio delle antiche case rurali ha portato alla progettazione di una abitazione che unisce tradizione e innovazione, un binomio che dovrebbe accompagnare sempre le nuove costruzioni o ristrutturazioni!

    Immagini: courtesy of Stamers Kontor.

  • architecture

    UM PASSEIO EM LISBOA

    azulejos

    “Cosa vedere a Lisboa?” mi hanno chiesto questi giorni….e così si è riaperta quella voragine piena di saudade che invade tutti quelli che ha vissuto anche solo qualche giorno nella cidade branca portoghese: Lisboa.

    Sedetevi qualche istante e partite con me…

    In questa città si viene facilmente rapiti dal suo fascino di città “decadente” e dalla luce particolare, simile a un bagliore, che illumina i palazzi di azulejos. Solo chi c’è stato può capirmi (a parte le mie amiche che sono venute a trovarmi a Novembre nell’unica settimana di pioggia dell’anno!)

    collage

    Fonti immagini in senso orario: 1, 2, 3, 45.

    E così ho iniziato a buttare giù tutti i ricordi di questa città che mi manca come se fosse una persona: i suoi giardini e le sue viste dai miradouros, punti panoramici dai quali sentire la brezza oceanica e perdersi nell’orizzonte e nelle acque del Tejo; la calçada portoghese con i suoi ciottoli bianchi che riflettono la luce del giorno; l’odore di sardinha cotta agli angoli delle strade durante la festa di Santo Antão protettore della città; i vicoli del Bairro alto popolati da bar, ristoranti e negozi o atelier di giorno, che si trasformano in locali notturni dove ballare a suon di mojito e caipirinha; il baretto di Rossio dove assaggiare la ginjinha, il liquore all’amarena più dolce del mondo; il tram giallo che attraversa tutta la città (da evitare se si ha paura delle montagne russe!)

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    Ecco allora i miei posti del cuore dove non potete non andare per assaporare la sua luce!

    1. Jardim da Estrela, dove trascorrere un pic-nic o sentire musica di una band improvvisata e vedere ballerini sul palco in ferro battuto stile liberty;
    2. Miradouro di Santa Catarina, da cui godervi la vista sul Tejo gustandovi un “tosta mista” al chioschetto verde;
    3. Perdersi nei vicoletti di Alfama, partendo dalla salita che vi porta alla (la cattedrale di Lisbona) dalla chiesa di Santo Antão, fino al Miradouro de Santa Luzia…se siete stanchi aggiungete una tappa ristoratrice al Pois Cafè, per leggere un libro dagli scaffali gustandovi un tipico Caldo Verde o una tazza di tè!
    4. Saltate sull’ electrico 28 (il tram giallo che avrete sicuramente visto in “Lisbon Story“), che parte da Campo Ourique arriva a Graça attraversando tutta la città (Estrela, Pracas Camoes, la Baixa, Alfama) e scendete alla Feira da Ladra per contrattare il prezzo di una borsa vintage o un vecchio obiettivo Pentax!
    5. Entrate nel Monastero di Sao Jeronimo e perdetevi nella sua architettura in stile manuelino con elementi tardo gotico e motivi rinascimentali, ammirando le statue, i bassorilievi e i giochi di chiaroscuro nel chiostro interno. Una volta usciti ristoratevi con un paio di pasteis de Belem (o pasteis de natas) che trovate all’interno dell’omonima pasticceria caffetteria dall’ interno decorato con azulejos.
    6. Prendete un caffè di fianco a Pessoa in persona (o quasi) in uno dei tavoli esagonali del caffè “A Brasileira” che si trova in rua Garret nello storico quartiere dello Chiado (da notare anche la sua ristrutturazione da parte dell’architetto portoghese Alvaro Siza a seguito di un rovinoso incendio del 1988, se siete interessati approfondite qui).
    7. Se siete stanchi di camminare riposatevi sotto l’ombra dell’albero cedro-do-buçaco a Principe Real o davanti alla fontana di Pracas das Flores, entrambi due luoghi magici dove trascorrere un po’ di tempo facendosi contagiare dalla calma portoghese!
    8. Ammirate un tramonto dal Castelo de São Jorge e una volta finito vedete uno spettacolo allo Chapitò, una scuola da circo da cui potrete anche godervi una vista particolarmente emozionante su Lisbona e il Tejo.
    9. Andate alla scoperta di negozi di artigianato, studi di design, ristorantini trendy-chic, in una vera e propria “ilha criativa” (isola creativa) all’interno di una ex-area industriale, Lx factory.
    10. Se vi piace l’architettura e siete anche voi nel vortice “expo Milano 2015”, perdetevi tra i padiglioni dell’expo avvenuta nel 1998 a Lisbona, uno splendido esempio anche di riuso dopo expo…ovviamente il mio preferito è il padiglione portoghese di Alvaro Siza!
    11. Salite sull’elevador de Santa Justa per vedere la Baixa e lo Chiado, i due quartieri centrali di Lisbona.
    12. Ammirate il cielo dall’interno di una chiesa, ovvero le rovine dell’Igreja do Carmo, un convento carmelitano distrutto nel terremoto del 1755; e l’Igreja de São Domingos, parzialmente resistita al terremoto del 1755 e all’incendio del 1959 di cui rimane traccia nelle colonne crepate e le pareti annerite.
    13. Andrei avanti all’infinito ma concludo con una raccomandazione importante: mentre passeggiate e camminate CONTEMPLATE le pareti dei palazzi, dei negozi dei bar, perché ovunque troverete gli azulejos (“pietre lucidate”), splendide piastrelle di ceramica decorate, tipico ornamento dell’architettura spagnola e portoghese che arricchisce questa città.

    Ora che sapete dove potreste trovarmi se vivessi ancora in questa città, fateci un salto anche voi, chi con l’aereo chi con la fantasia!

    Lisboa legaloscegialle Jardim Botto Machado, Campo de Santa Clara

    Jardim Botto Machado, Campo de Santa Clara via O que diz Lisboa

     

    N.B: l’immagine delle galosce gialle su un muretto di Lisbona mi è stata postata da un’amica come regalo di compleanno…commossa!

    P.S: so che mi ero fermata a 13 ma aggiungerei il punto 14, Casa dos Bicos “casa dei becchi” in portoghese, per la forma della facciata.

  • abitare naturale,  architecture,  outdoor

    ANGOLI VERDI DA PARIGI A MILANO

    Sono stata qualche giorno a Parigi e rientrata a Milano sono stata accolta da un anticipo di Primavera: giornate di sole e cielo azzurrissimo, pensavo quasi di essere atterrata in un’altra città! Quest’aria fresca e il breve soggiorno a Parigi mi ha fatto venire voglia di raccogliere immagini di piccoli angoli verdi che con semplici oggetti e tocchi di colore diventano un piacevole luogo dove godere di un po’ di sole invernale o “primaverile” (quasi)!

    Le fotografie di Carin Olsson sono proprio quello che cercavo per poter rendere il mood di come si vive lo spazio pubblico a Paris!

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    Parigi, infatti, è piena di boulevards verdi, archi porticati, grandi e piccole piazze, giardini e parchi ad ogni angolo (il mio preferito è il Jardin des Plantes pieno di fiori e piante di tutti i tipi). L’arredo urbano poi è davvero geniale, non ci sono che delle semplici panchine (semplici ma esteticamente molto belle e anche comode!), filari di alberi e fontane che si riempiono di barchette colorate, diventano dei luoghi di ritrovo per parigini e turisti di tutte l’età, studenti, lavoratori, mamme e bambini, adolescenti e pensionati.

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    Certo, Parigi vanta un’architettura di edifici secenteschi come quelli di Place des Vosges, case Haussmaniane e piazze rinascimentali, ma anche Milano ha delle antichissime piazze e gallerie, cortili interni, navigli e parchi “alla francese” come i giardini pubblici di Porta Venezia, o parchi ottocenteschi come quelli del Castello. Eppure quanto sarebbe più bella la città se i suoi spazi all’aperto fossero vissuti in maniera diversa? E non ditemi che fa freddo, perché Parigi è molto, molto più fredda!

    E allora riempitevi di fantasia, e andate a fare un bel pic-nic al parco, apparecchiate le panchine di legno o portatevi una tovaglia colorata, e andate a prendere un po’ di pallido sole invernale quasi primaverile in quei piccoli angoli verdi tra Parigi e Milano, perché fa bene all’umore e anche alla città avere dei cittadini che la vivono e la rendono più allegra. Buon Carnevale!

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    foto 1, 2, 3, 4 di Carin Olsson via flickr

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  • architecture,  photography

    PUNTINI ROSSI E GIALLI: EDWARD BURTYNSKY

    C’è della poesia nelle fotografie di Edward Burtynsky: puntini rossi e gialli si muovono sotto il sole in uno scenario sbiancato, uomini col berretto da cantiere e gru al lavoro non sono che piccoli puntini colorati rispetto all’immensità della cava.

    Le pareti di marmo ‘scavate’ dall’uomo diventano delle architetture disabitate, degli spazi in cui un tempo c’era il materiale utilizzato per scolpire statue e colonne.

    Un paesaggio modificato dalle mani degli uomini, ‘trasfigurato’ come lo definisce Burtynsky (transfigured landscape), e che dopo essere stato usato il più possibile viene spesso abbandonato, diventando spazio di risulta, un vuoto da colmare.

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    Carrara Marble Quarries # 24 & 25Carrara, Italy, 1993 by Edward Burtynsky


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    China Quarries #3 Xiamen, Fujian Province, China, 2004 by Edward Burtynsky


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    Iberia Quarries #8 Cochicho Co., Pardais, Portugal, 2006 by Edward Burtynsky

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    Iberia Quarries #3 Cochicho Co., Pardais, Portugal, 2006 by Edward Burtynsky


    Le sue fotografie non sono solo estetica e poesia, ma una riflessione/denuncia sul nuovo ruolo dell’uomo e dell’industria. Il lavoro delle cave fa parte infatti di una più ampia ricerca critica del fotografo su tutti quei paesaggi “trasfigurati” dall’uomo. Così trivellatrici (progetto OIL), discariche (progetto URBAN MINES), relitti di navi arrugginiti dal mare (progetto SHIPBREAKING) sono l’oggetto delle sue ricerche fotografiche.

    Vi consiglio di perdervi nel suo sito qui.

    Images courtesy of Edward Burtynsky.

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    SUKIYA – STANZA DEL TÈ

    Chi di voi da piccoli non ha sognato di avere una casetta sull’albero nel giardino di casa, su cui arrampicarsi, nascondersi dai grandi, giocare con gli amici, vedere il mondo da un punto di vista diverso?

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an (che significa casa del tè troppo in alto), Chino City, Nagano Prefecture via deezen

    Bene, qui ci sono degli esempi di casette che sono molto più di una semplice casa sull’albero. Queste case rampicanti progettate dall’architetto giapponese Teronobu Fujimori sono una reinterpretazione delle classiche stanze del tè giapponesi. Il sukiya, ovvero stanza del tè, è una delle più importanti espressioni artistiche giapponesi dove il vuoto con l’importanza che assume nella cultura giapponese, prende forma. Okakura Kazuko, uno scrittore giapponese dello scorso secolo, nel suo libro del tè[1] aveva dedicato un capitolo intero al sukiya, alla sua interpretazione, concezione dello spazio e prima ancora ai diversi significati ad essa collegati. I caratteri originari significano “Dimora della Fantasia”, ma anche “Dimora del Vuoto” o “Dimora dell’Asimmetrico”.

    Tetsu casa del te

    Terunobu Fujimori & Nobumichi Oshima, Teahouse Tetsu, 2006. Photo: Masuda Akihisa. 

    Questa è la mia preferita, immersa nei fiori di ciliegio, chissà che vista da quella finestra ad angolo, e chissà che bello prendere il tè lassù! Sembra incarnare le parole di Okakura:

    «É Dimora della Fantasia in quanto struttura effimera costruita per ospitare un impulso poetico. É Dimora del Vuoto in quanto priva di ornamenti, a eccezione di quel che vi può essere collocato per appagare un’esigenza estetica contingente. É Dimora dell’Asimmetrico in quanto consacrata al culto dell’Imperfetto; si lascia volutamente qualcosa di incompiuto affinché sia l’immaginazione a completarlo»[2].

    E all’interno? Come saranno arredate?

    La stanza al momento della cerimonia del tè è caratterizzata dalla presenza di un solo elemento artistico che viene scelto appositamente per l’occasione; il resto si adegua ad esso col fine di enfatizzare il tema principale. La stanza è quasi completamente vuota, ad eccezione di ciò che è portato lì temporaneamente (oh quanto vorrei una stanza-sukiya tutta mia nella mia casa dei sogni!).

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, particolare interno, finestra, via deezen

    Questa stanza è caratterizzata dalla semplicità, dall’assenza di suppellettili e dalla composizione rigorosa degli arredi, perché il vuoto viene considerato addirittura una forma di esperienza estetica. Ma per spiegare il vuoto giapponese ci vorrebbe tutto un altro post!

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, particolare interno, teiera, via deezen

    Ciò che mi fa impazzire in queste particolari stanze del tè è la scala attraverso cui le si raggiunge, che le fa diventare delle vere e proprie case del tè: una camera sollevata da terra e “sospesa” nell’aria.

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, via deezen

    Così il vuoto diventa ancora più percepibile nelle scale di Fujimori dove il percorso si sviluppa in altezza e ci si trova in bilico e sospesi.

    L’atto di salire e arrampicarsi racchiude in se tutto un mondo magico, un’aurea che da bambini ci faceva sognare di avere una soffitta o un angolo della casa tutto nostro. Nella cultura giapponese questo atto di “salire”, che caratterizzava anche l’atto di entrare in una casa tradizionale, spinge ad isolare il più possibile l’ambiente interno da quello esterno, di entrare a fatica all’interno. Tutto ciò costringe ad un atto di umiltà, a lasciar fuori i grandi pensieri che ci assillano e a ricercare il distacco con il mondo esterno per raggiungere il proprio mondo interiore.

    Non tutti si identificano in questa ricerca per l’essenzialità, c’è a chi piace avere la casa piena di suppellettili e cose magari provenienti dai vari viaggi (e anche una parte di me è così!) Quello che però mi ha sempre attratto di questa estetica del vuoto è che per arrivare all’ordine e alla semplicità bisogna sempre attraversare il caos, mettere in disordine per poi arrivare all’equilibrio. E questa ricerca è quello che ci accompagna un po’ tutta la vita.

    [1] Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del tè, (The Book of Tea) trad. a cura di Laura Gentili, Oriente Universale Economica Feltrinelli, Milano, 1997.

    [2] Ivi p.43.

    testo: estratto dalla tesi Passi in equilibrio sul roji. Un percorso nella architettura giapponese contemporanea, Chiara Baravalle.

    Relatore P. Ferrara_ Correlatore M.Pirola, Università Politecnico di Milano Facoltà di Architettura e Società, Corso di Laurea in Scienze dell’Architettura, A.A.2009-2010.

  • architecture

    VORREI

    Legaloscegialle, che titolo strano, eppure è così importante dare un nome alle cose. Ho scritto un articolo-storia per spiegare cosa mi abbia ispirato nel chiamare questo blog Legaloscegialle. Ora ho pensato di scrivere di cosa possa parlare questo blog, di capire a chi potrebbe essere indirizzato, quali saranno i suoi contenuti, quello che mi guiderà nello scegliere di cosa parlare.

    Avevo iniziato a scrivere un manifesto a punti, come il Manifesto del futurismo, ma poi sono andata a leggerlo e non mi è piaciuto per niente, tutto inno alla lotta, alla guerra, al disprezzo della donna (bah non me ne ero mai accorta, quando pensavo a futurismo pensavo solo al mito per il progresso e alla velocità).

    Così scriverò un riassunto che farà un po’ da filo rosso (o giallo!) a questo blog, e non lo chiamerò manifesto ma VORREI:

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    una casa in Norvegia, quando l’architettura incontra la natura, foto di chiara baravalle

    Vorrei che l’Architettura fosse sempre naturale e sostenibile, non come quella sostenibilità che ci propugnano da qualche anno, tutta fatta di pannelli fotovoltaici o prodotti bio, che costruisce una scatola di vetro con l’aria condizionata al suo interno per creare una situazione di comfort, ma quella architettura sostenibile che fa parte del nostro mondo da sempre, che faceva dire a un famoso antico greco “Solo i primitivi e i barbari non conoscono le tecniche per orientare gli edifici in modo da catturare il sole d’inverno.” (Eschilo – V sec. a.C.)[1]

    Vorrei che si partisse ricostruendo e sistemando da quello che si ha a disposizione prima di costruire il nuovo.

    Vorrei che tutti gli spazi vuoti fossero sistemati con cura (Che bello sarebbe il mondo se ognuno si prendesse cura dello spazio a lui affidato privato e/o comune!).

    Vorrei che nell’arredare le nostre case ci si ispirasse un po’ di più all’arte dell’ikebana[2].

    Vorrei che non costruissimo più! Ripartiamo da quello che abbiamo, dalla nostra storia, dal nostro “intangible cultural heritage” (ICH)[3] e dal nostro patrimonio nascosto o abbandonato.

    Vorrei che avessimo un po’ più cura per i particolari e i dettagli.

    Vorrei che ognuno di noi riscoprisse la propria creatività e capacità costruttiva (per chi vuole può iniziare magari leggendo “Autoprogettazione?” di Enzo Mari).

    Vorrei che nel fare architettura o design seguissimo il consiglio di Enzo Mari “usate la concretezza”, “siate umani e progettate per il mondo”[4].

    Vorrei che nel mondo ci fosse un po’ più di ordine (a partire da casa mia, sono una disordinata cronica!)

    Vorrei che iniziassimo tutti a vivere con semplicità, anzi a “semplificare”[5].

     

     

     

    [1] Citato in questo articolo di architettura ecosostenibile di cui vi consiglio la lettura
    [2] Arte giapponese del comporre con i fiori
    [3] Patrimonio culturale intangibile, definito dall’Unesco qui
    [4] intervista a Enzo Mari
    [5] Bruno Munari, Da cosa nasce cosa, Editori Laterza, 2009, pag. 132

     

     

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