• collage

    COLLAGE 2 – TORRE VELASCA

    Torre Velasca dei BBPR ispira solo sentimenti forti. O la ami o la odi!

    Mi ricordo benissimo il giorno in cui di LEI mi sono innamorata! Dovevo preparare un itinerario per storia dell’architettura e tra i tanti edifici da andare a fotografare avevo Torre Velasca.

  • collage

    COLLAGE 1 – VILLE SAVOYE

    In questi giorni mentre leggevo diversi articoli riguardanti l’architettura sostenibile, il cambiamento climatico, l’economia circolare, mi sono venute in mente alcune domande.

    Come avrebbero costruito gli architetti del passato se avessero vissuto in questi anni? Come sarebbero state le loro architetture? Come sarebbe stata Ville Savoye o Torre Velasca?

  • architettura naturale,  interior,  materiali naturali

    CASA DI ARGILLA IN DANIMARCA

    Una casa di argilla. L’argilla è un materiale ecologico e riciclabile al 100 %, con ottime proprietà isolanti sia termiche che acustiche. Era da un po’ che volevo parlare di questo materiale, antichissimo ma di cui non se ne parla molto spesso, a differenza del cemento.

    Ora finalmente ho trovato un progetto che faceva per me, e per voi: una casa di argilla!

  • architettura naturale

    UM PASSEIO EM LISBOA

    “Cosa vedere a Lisboa?” mi hanno chiesto questi giorni….e così si è riaperta quella voragine piena di saudade che invade tutti quelli che ha vissuto anche solo qualche giorno nella cidade branca portoghese: Lisboa.

    Sedetevi qualche istante e partite con me…

  • abitare naturale,  architettura naturale,  outdoor e spazi verdi

    ANGOLI VERDI DA PARIGI A MILANO

    Sono stata qualche giorno a Parigi e rientrata a Milano sono stata accolta da un anticipo di Primavera: giornate di sole e cielo azzurrissimo, pensavo quasi di essere atterrata in un’altra città! Quest’aria fresca e il breve soggiorno a Parigi mi ha fatto venire voglia di raccogliere immagini di piccoli angoli verdi che con semplici oggetti e tocchi di colore diventano un piacevole luogo dove godere di un po’ di sole invernale o “primaverile” (quasi)!

    Le fotografie di Carin Olsson sono proprio quello che cercavo per poter rendere il mood di come si vive lo spazio pubblico a Paris!

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    Parigi, infatti, è piena di boulevards verdi, archi porticati, grandi e piccole piazze, giardini e parchi ad ogni angolo (il mio preferito è il Jardin des Plantes pieno di fiori e piante di tutti i tipi). L’arredo urbano poi è davvero geniale, non ci sono che delle semplici panchine (semplici ma esteticamente molto belle e anche comode!), filari di alberi e fontane che si riempiono di barchette colorate, diventano dei luoghi di ritrovo per parigini e turisti di tutte l’età, studenti, lavoratori, mamme e bambini, adolescenti e pensionati.

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    Certo, Parigi vanta un’architettura di edifici secenteschi come quelli di Place des Vosges, case Haussmaniane e piazze rinascimentali, ma anche Milano ha delle antichissime piazze e gallerie, cortili interni, navigli e parchi “alla francese” come i giardini pubblici di Porta Venezia, o parchi ottocenteschi come quelli del Castello. Eppure quanto sarebbe più bella la città se i suoi spazi all’aperto fossero vissuti in maniera diversa? E non ditemi che fa freddo, perché Parigi è molto, molto più fredda!

    E allora riempitevi di fantasia, e andate a fare un bel pic-nic al parco, apparecchiate le panchine di legno o portatevi una tovaglia colorata, e andate a prendere un po’ di pallido sole invernale quasi primaverile in quei piccoli angoli verdi tra Parigi e Milano, perché fa bene all’umore e anche alla città avere dei cittadini che la vivono e la rendono più allegra. Buon Carnevale!

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    foto 1, 2, 3, 4 di Carin Olsson via flickr

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  • architettura naturale,  photography

    PUNTINI ROSSI E GIALLI: EDWARD BURTYNSKY

    C’è della poesia nelle fotografie di Edward Burtynsky: puntini rossi e gialli si muovono sotto il sole in uno scenario sbiancato, uomini col berretto da cantiere e gru al lavoro non sono che piccoli puntini colorati rispetto all’immensità della cava.

    Le pareti di marmo ‘scavate’ dall’uomo diventano delle architetture disabitate, degli spazi in cui un tempo c’era il materiale utilizzato per scolpire statue e colonne.

    Un paesaggio modificato dalle mani degli uomini, ‘trasfigurato’ come lo definisce Burtynsky (transfigured landscape), e che dopo essere stato usato il più possibile viene spesso abbandonato, diventando spazio di risulta, un vuoto da colmare.

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    Carrara Marble Quarries # 24 & 25Carrara, Italy, 1993 by Edward Burtynsky


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    China Quarries #3 Xiamen, Fujian Province, China, 2004 by Edward Burtynsky


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    Iberia Quarries #8 Cochicho Co., Pardais, Portugal, 2006 by Edward Burtynsky

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    Iberia Quarries #3 Cochicho Co., Pardais, Portugal, 2006 by Edward Burtynsky


    Le sue fotografie non sono solo estetica e poesia, ma una riflessione/denuncia sul nuovo ruolo dell’uomo e dell’industria. Il lavoro delle cave fa parte infatti di una più ampia ricerca critica del fotografo su tutti quei paesaggi “trasfigurati” dall’uomo. Così trivellatrici (progetto OIL), discariche (progetto URBAN MINES), relitti di navi arrugginiti dal mare (progetto SHIPBREAKING) sono l’oggetto delle sue ricerche fotografiche.

    Vi consiglio di perdervi nel suo sito qui.

    Images courtesy of Edward Burtynsky.

  • abitare naturale,  architettura naturale,  esempi

    SUKIYA – STANZA DEL TÈ

    Chi di voi da piccoli non ha sognato di avere una casetta sull’albero nel giardino di casa, su cui arrampicarsi, nascondersi dai grandi, giocare con gli amici, vedere il mondo da un punto di vista diverso?

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an (che significa casa del tè troppo in alto), Chino City, Nagano Prefecture via deezen

    Bene, qui ci sono degli esempi di casette che sono molto più di una semplice casa sull’albero. Queste case rampicanti progettate dall’architetto giapponese Teronobu Fujimori sono una reinterpretazione delle classiche stanze del tè giapponesi. Il sukiya, ovvero stanza del tè, è una delle più importanti espressioni artistiche giapponesi dove il vuoto con l’importanza che assume nella cultura giapponese, prende forma. Okakura Kazuko, uno scrittore giapponese dello scorso secolo, nel suo libro del tè[1] aveva dedicato un capitolo intero al sukiya, alla sua interpretazione, concezione dello spazio e prima ancora ai diversi significati ad essa collegati. I caratteri originari significano “Dimora della Fantasia”, ma anche “Dimora del Vuoto” o “Dimora dell’Asimmetrico”.

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    Terunobu Fujimori & Nobumichi Oshima, Teahouse Tetsu, 2006. Photo: Masuda Akihisa. 

    Questa è la mia preferita, immersa nei fiori di ciliegio, chissà che vista da quella finestra ad angolo, e chissà che bello prendere il tè lassù! Sembra incarnare le parole di Okakura:

    «É Dimora della Fantasia in quanto struttura effimera costruita per ospitare un impulso poetico. É Dimora del Vuoto in quanto priva di ornamenti, a eccezione di quel che vi può essere collocato per appagare un’esigenza estetica contingente. É Dimora dell’Asimmetrico in quanto consacrata al culto dell’Imperfetto; si lascia volutamente qualcosa di incompiuto affinché sia l’immaginazione a completarlo»[2].

    E all’interno? Come saranno arredate?

    La stanza al momento della cerimonia del tè è caratterizzata dalla presenza di un solo elemento artistico che viene scelto appositamente per l’occasione; il resto si adegua ad esso col fine di enfatizzare il tema principale. La stanza è quasi completamente vuota, ad eccezione di ciò che è portato lì temporaneamente (oh quanto vorrei una stanza-sukiya tutta mia nella mia casa dei sogni!).

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, particolare interno, finestra, via deezen

    Questa stanza è caratterizzata dalla semplicità, dall’assenza di suppellettili e dalla composizione rigorosa degli arredi, perché il vuoto viene considerato addirittura una forma di esperienza estetica. Ma per spiegare il vuoto giapponese ci vorrebbe tutto un altro post!

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, particolare interno, teiera, via deezen

    Ciò che mi fa impazzire in queste particolari stanze del tè è la scala attraverso cui le si raggiunge, che le fa diventare delle vere e proprie case del tè: una camera sollevata da terra e “sospesa” nell’aria.

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    Terunobu Fujimori, Takasugi-an, via deezen

    Così il vuoto diventa ancora più percepibile nelle scale di Fujimori dove il percorso si sviluppa in altezza e ci si trova in bilico e sospesi.

    L’atto di salire e arrampicarsi racchiude in se tutto un mondo magico, un’aurea che da bambini ci faceva sognare di avere una soffitta o un angolo della casa tutto nostro. Nella cultura giapponese questo atto di “salire”, che caratterizzava anche l’atto di entrare in una casa tradizionale, spinge ad isolare il più possibile l’ambiente interno da quello esterno, di entrare a fatica all’interno. Tutto ciò costringe ad un atto di umiltà, a lasciar fuori i grandi pensieri che ci assillano e a ricercare il distacco con il mondo esterno per raggiungere il proprio mondo interiore.

    Non tutti si identificano in questa ricerca per l’essenzialità, c’è a chi piace avere la casa piena di suppellettili e cose magari provenienti dai vari viaggi (e anche una parte di me è così!) Quello che però mi ha sempre attratto di questa estetica del vuoto è che per arrivare all’ordine e alla semplicità bisogna sempre attraversare il caos, mettere in disordine per poi arrivare all’equilibrio. E questa ricerca è quello che ci accompagna un po’ tutta la vita.

    [1] Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del tè, (The Book of Tea) trad. a cura di Laura Gentili, Oriente Universale Economica Feltrinelli, Milano, 1997.

    [2] Ivi p.43.

    testo: estratto dalla tesi Passi in equilibrio sul roji. Un percorso nella architettura giapponese contemporanea, Chiara Baravalle.

    Relatore P. Ferrara_ Correlatore M.Pirola, Università Politecnico di Milano Facoltà di Architettura e Società, Corso di Laurea in Scienze dell’Architettura, A.A.2009-2010.

  • architettura naturale

    VORREI

    Legaloscegialle, che titolo strano, eppure è così importante dare un nome alle cose. Ho scritto un articolo-storia per spiegare cosa mi abbia ispirato nel chiamare questo blog Legaloscegialle. Ora ho pensato di scrivere di cosa possa parlare questo blog, di capire a chi potrebbe essere indirizzato, quali saranno i suoi contenuti, quello che mi guiderà nello scegliere di cosa parlare.

    Avevo iniziato a scrivere un manifesto a punti, come il Manifesto del futurismo, ma poi sono andata a leggerlo e non mi è piaciuto per niente, tutto inno alla lotta, alla guerra, al disprezzo della donna (bah non me ne ero mai accorta, quando pensavo a futurismo pensavo solo al mito per il progresso e alla velocità).

    Così scriverò un riassunto che farà un po’ da filo rosso (o giallo!) a questo blog, e non lo chiamerò manifesto ma VORREI:

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    una casa in Norvegia, quando l’architettura incontra la natura, foto di chiara baravalle

    Vorrei che l’Architettura fosse sempre naturale e sostenibile, non come quella sostenibilità che ci propugnano da qualche anno, tutta fatta di pannelli fotovoltaici o prodotti bio, che costruisce una scatola di vetro con l’aria condizionata al suo interno per creare una situazione di comfort, ma quella architettura sostenibile che fa parte del nostro mondo da sempre, che faceva dire a un famoso antico greco “Solo i primitivi e i barbari non conoscono le tecniche per orientare gli edifici in modo da catturare il sole d’inverno.” (Eschilo – V sec. a.C.)[1]

    Vorrei che si partisse ricostruendo e sistemando da quello che si ha a disposizione prima di costruire il nuovo.

    Vorrei che tutti gli spazi vuoti fossero sistemati con cura (Che bello sarebbe il mondo se ognuno si prendesse cura dello spazio a lui affidato privato e/o comune!).

    Vorrei che nell’arredare le nostre case ci si ispirasse un po’ di più all’arte dell’ikebana[2].

    Vorrei che non costruissimo più! Ripartiamo da quello che abbiamo, dalla nostra storia, dal nostro “intangible cultural heritage” (ICH)[3] e dal nostro patrimonio nascosto o abbandonato.

    Vorrei che avessimo un po’ più cura per i particolari e i dettagli.

    Vorrei che ognuno di noi riscoprisse la propria creatività e capacità costruttiva (per chi vuole può iniziare magari leggendo “Autoprogettazione?” di Enzo Mari).

    Vorrei che nel fare architettura o design seguissimo il consiglio di Enzo Mari “usate la concretezza”, “siate umani e progettate per il mondo”[4].

    Vorrei che nel mondo ci fosse un po’ più di ordine (a partire da casa mia, sono una disordinata cronica!)

    Vorrei che iniziassimo tutti a vivere con semplicità, anzi a “semplificare”[5].

     

     

     

    [1] Citato in questo articolo di architettura ecosostenibile di cui vi consiglio la lettura
    [2] Arte giapponese del comporre con i fiori
    [3] Patrimonio culturale intangibile, definito dall’Unesco qui
    [4] intervista a Enzo Mari
    [5] Bruno Munari, Da cosa nasce cosa, Editori Laterza, 2009, pag. 132